martedì 26 febbraio 2008

Ennueg

Seduto sull'autobus, fermo davanti a Palazzo Re Enzo, mentre la gente sciamava fuori e dentro dal 20, guardavo i passanti sul marciapiede. Io l'ho sempre preso poco l'autobus, ma ultimamente mi capita spesso, e trovo che sia un mezzo curiosamente metropolitano. Soprattutto perchè è come una spugna, si impregna e rilascia, si impregna e rilascia, è permeabile. E' la cosa più vicina che ci sia all'andare in giro per strada a piedi, e non soltanto per il sovraffollamento che spesso ti impone. Anzi, il metrò gli somiglia solo nella calca, non nel fatto di essere così simbiotico con la città, chiuso come se ne sta nel suo intestino sotterraneo..Sul bus non puoi far altro che guardare in giro, guardi le facce e le mani e i vestiti, guardi fuori e poi dentro, e capisci che non c'è un fuori e un dentro definiti. Dentro e fuori si rimescolano di continuo.
L'altro giorno davanti a Palazzo Re Enzo c'erano, come sempre qua a Bologna, un mucchio di studenti, e in generale tanta gente giovane. C'erano anche tante signore di mezza età o anzianotte, con boccoli borse e seni straripanti, alte tutte più o meno uguale, ma quelle sembrano sempre uscite in incognito dal collegio, preoccupate di tornare a nascondersi per il coprifuoco. Bologna in centro è soprattutto una città di under40.E li guardavo, e fra la calca è spuntato un tipo singolare. Capelli lisci lunghi e neri, ma radi e come deboli, e dall'attaccatura un po' troppo alta per non denunciare una calvizie ben avviata, occhiali quadrati con una montatura scura anni Settanta, barba e baffetti da studente marxista-leninista, forse trent'anni o forse di più. Era piccolo di statura, più o meno quanto le signore, e indossava una giubba militare, da reduce del Vietnam.
Non so scegliere la parola giusta per indicare la sua malattia, ma credo fosse un qualche tipo di spasticità. Camminava con fatica, ogni arto recalcitrante, ogni passo era come ritrovare il senso di un corpo che non è un organismo ma un'accozzaglia di parti anarchicamente indipendenti o peggio ribelli. Già stare in piedi non doveva essere affatto scontato. Nel tempo che il bus è stato fermo a imbarcare e sbarcare persone, lui ha arrancato davanti al mio finestrino, coprendo forse tre o quattro metri. E io pensavo, strizzando gli occhi come davanti a troppa luce, indiscreto voyeur dalla commozione a buon mercato, a quanto orrendamente grande diventa il mondo, a quanto intollerabilmente larga è piazza Maggiore, a quanto infinita è via Rizzoli, se ti muovi in quel modo.
E allora, mentre una folla di zainetti colorati, di cellulari strepitanti, di borse da shopping con i loghi di benetton o sisley o chissà che altro invadevano il bus, ho sentito - come spesso mi capita quando mi aggiro solo e malinconico per questa città di studenti - ho sentito sbattermi sulla faccia l'arroganza della giovinezza, l'arroganza della salute, l'arroganza della felicità.

1 commento:

Teresa ha detto...

Parli della giovinezza come se fosse un valore.

Ma se fosse un valore, allora perché non resta?

Forse è così che viviamo: immersi in una società che ha valori effimeri, ed essere giovani fa parte di questi.

L'aspetto transitorio delle cose ci commuove. E invecchiando, abbiamo l'impressione di dover sempre più fare scelte immutabili.

Mi piacerebbe un giorno essere vecchia e continuare a sentirmi libera di vivere con una certa spensieratezza. A mio modo di vedere, la precarietà spaventa pure la morte.