giovedì 22 luglio 2010

La vita privata


Stavo pensando, l'altra sera, mentre chiacchieravo con un caro amico che mi rimprovera perché scrivo troppo poco, al singolare paradosso contenuto nell'espressione "la vita privata". Di solito, ciò che si indica è un ambito squisitamente circoscritto e spesso difeso con tenacia, o comunque tutto quanto ci appartiene in modo più profondo e risentito. Quasi sempre, infatti, si parla della tutela del privato, o si proclama che certe questioni sono questioni private. Di questi tempi, la protezione della privacy nel nostro sciagurato paese ha assunto forme tragiche e farsesche insieme, e non vale la pena spenderci parole.
Ma, criminali a parte, e politici correi che intendono tutelarli, per le persone comuni comunque la privatezza è sinonimo di intimità, di valore tout court, o perlomeno di un valore che noi - suoi possessori - giudichiamo non negoziabile. Se io ho una vergognosa passione segreta per una prassi che il mondo giudica impresentabile o solo sciocca, come collezionare tutte le penne o le matite che ho usato per scrivere dall'infanzia a oggi (e so per certo di qualcuno che ha siffatto feticismo, ma non sono io, dio me ne guardi), ebbene quello è il mio "privato", me lo tengo privato, e nel mio sancta sanctorum di bambino non cresciuto soddisfo a volontà un feroce principio di piacere.
Accade però che possa darsi anche il contrario; che talvolta, cioè, "la vita privata" sia soltanto la vita intesa come privazione, in primo luogo di se stessa e di ciò che la qualifica maggiormente, di ciò che dovrebbe darle valore. Ma intendiamoci: non penso solo alla vita privata "di" qualcosa, depauperata, defraudata, spossessata di un oggetto d'amore o di una fonte qualsivoglia di gratificazione. Fosse questo, sarebbe comunque doloroso, e tuttavia comune, comunissimo, cosa di tutti, sospetto.
No, talvolta - ed è credo l'occorrenza peggiore - la vita privata è privata anche della possibilità di dirsi, di raccontarsi, di esprimersi, o al limite di dichiararsi in quanto tale. E' privata della facoltà (cioè della libertà) di rendersi pubblica. Costringe alla segretezza, non volontaria come quella cui alludevo prima, bensì imposta ed eterodiretta; costringe all'opaco, alla reticenza, condanna all'incomprensione anche da parte delle persone più care e vicine, con le quali non puoi parlare, e che di conseguenza non possono capire le ragioni dei tuoi comportamenti. Quando la tua vita privata è ostaggio di qualcuno che per proprie convenienze decide di farti vivere nell'ombra, e fino a quando glielo permetti, essa è davvero privata in questo solo senso, orribile, non nell'altro convenzionale e in fondo confortevole. Semplicemente, non la possiedi più. E nulla varrebbe a redenzione di questo stato di cose, tanto meno un banale, volgare epicureismo. Anche se in quell'ombra si consumassero delizie paradisiache. Tanto più che su qualunque delizia paradisiaca stinge ben presto l'agrume, se ci si sente precari, abusivi, non riconosciuti, non accettati.
Mi viene in mente spesso, come una memoria d'incubo, una pagina bellissima del Consiglio d'Egitto di Sciascia, sulla solitudine spaventosa, assoluta, dell'uomo torturato. E penso spesso che è la medesima solitudine del clandestino.

mercoledì 19 maggio 2010

Per Edoardo Sanguineti


In quasi quindici anni, dal 1996 a oggi, ho avuto la fortuna e l'onore di incontrare Edoardo Sanguineti innumerevoli volte.
Non era difficile, con uno straordinario giramondo come lui. Anche se restavi fermo in un luogo, prima o poi potevi star certo che ci sarebbe passato.
E non alludo necessariamente a questa Bologna che lo ha sempre amato in modo particolare, a partire dall'uomo che tra i primi credette nella sua formidabile intelligenza, Luciano Anceschi, passando per il suo più fedele studioso e compagno di viaggio, Fausto Curi, fino a Niva Lorenzini. No, l'ho incontrato dappertutto: da Novilara, un piccolo paese nell'entroterra delle Marche (dove in una calda notte d'estate del '97 eseguì Postkarten accompagnato dal contrabbasso di Stefano Scodanibbio) alla spiaggia di Rimini, in una memorabile reunion dei Novissimi senza Antonio Porta, purtroppo; da Bologna a Modena alla sua Genova; da Faenza a Marradi (dove tenne un illuminante discorso su Campana, al teatro degli Animosi); e se mi mettessi a scartabellare (vedete come le sue parole mi circondano, sempre...), chissà quante altre occorrenze troverei. Troverei una conferenza riminese su Buñuel talmente travolgente che alla fine gli dissi - e lui ne rise di gusto - che in quella performance gli mancava soltanto una chitarra elettrica in mano; troverei una Lectura Dantis del XXX dell'Inferno a Bologna, nella Sala dell'Arengo, che resta il punto di partenza per ogni mia "lezione" su Dante; troverei le notti caleidoscopiche del Ritratto del Novecento in Sala Borsa; troverei quella volta che lo incontrai per caso all'Archiginnasio, con le stampelle, dopo oltre un anno di fermo, e ne fui felice come un bambino; troverei la lettura struggente di Aprire di Antonio Porta, che mandò come contributo in video al convegno per il decennale della morte dell'amico; troverei le lettere dattiloscritte con i suoi suggerimenti critici ai miei lavori e le cartoline con le opere di Lucio Del Pezzo che ogni tanto mi mandava; troverei la strepitosa (ma una qualsiasi) lezione su Gramsci che ascoltai a Genova, in mezzo ai suoi studenti; troverei mille altre cose...

Oggi tutti si metteranno a scrivere di Sanguineti, ed è giusto e comprensibile. Io ho dedicato gran parte di questi quindici anni a rapportarmi al suo mondo di poeta e di intellettuale. Altri parleranno della poesia, della politica, delle arti e dello spettacolo, dell'insegnante, del teorico, del polemista. Quello che a me viene più urgente da scrivere, ora, per rendergli omaggio, sono tre piccoli raccconti sull'uomo, a cui ero specialmente affezionato. Perché il magistero di Sanguineti, per me, è stato - più ancora che culturale - umano.

Nel dicembre del '97 andai la prima volta a Genova, mentre stavo lavorando alla mia tesi di laurea, per incontrarlo.
In via Balbi, quella mattina, fuori dal suo studio c'erano molti ragazzi per il normale ricevimento del professore. Aspettai che tutti avessero parlato con lui, poi mi presentai e chiesi se potevo rubargli la mezz'ora rimanente per sottoporgli alcune questioni che mi erano venute in mente durante il lavoro. Conoscevo già la sua cortesia e la sua disponibilità, ma ciò che accadde quel giorno mi rimase impresso per sempre. Verso la fine del tempo (all'ora successiva lui doveva far lezione, quindi non poteva trattenersi ulteriormente), mi scappò, senza malizia alcuna, un'esclamazione come "sapesse quante altre cose avrei da chiederle!".
Invece che lasciar cadere quel commento, Sanguineti mi fissò, con i suoi occhi di inestinguibile vivacità, e mi disse: "Facciamo così. Se lei può fermarsi a Genova, torni domattina, e ci vediamo di nuovo qui alle dieci, così avremo tutto il tempo". Non aveva ricevimento, né lezione, il giorno seguente. Tornava solo per me, per ascoltare le domande di un laureando qualsiasi venuto da Bologna.
Ma non finì qui. Aggiunse: "Le chiedo solo di avere un po' di pazienza. Se dovessi tardare, mi aspetti".
Il mattino dopo, Genova si svegliò sotto una nevicata imponente. Il traffico genovese, già disastroso al naturale, era un groviglio isterico. Io mi ero alzato molto presto, non conoscendo bene i tempi di percorrenza in quella città così allungata, e nondimeno arrivai in Università a malapena in orario. Ero certo di due cose. In primo luogo che Sanguineti sarebbe arrivato senz'altro tardi, e in secondo luogo che, se non fosse venuto affatto, ne avrebbe avuto ottimi motivi.
Alle dieci esatte, con i capelli imbiancati, quell'uomo straordinario entrò nel corridoio, con il suo solito sorriso.

Durante il colloquio, mi permisi di chiedergli lumi su un volume intitolato Smorfie ed edito a Roma da Etrusculudens nel 1986 che, pur presente in ogni sua bibliografia, io non riuscivo a rintracciare da nessuna parte. Molti testi degli autori della neoavanguardia erano difficilmente reperibili, ma quello lo era in modo specialissimo. Sanguineti non mi diede spiegazioni particolari, mi disse solo: "Guardi, io potrei certo prometterle di fotocopiarglielo, ma poi, con tutte le cose che ho da fare, tornerei a casa e me ne dimenticherei. Allora lei faccia così. Quando sarà a Bologna, mi scriva una lettera di questo tenore: Caro Professore, lei mi ha promesso ecc. ecc., e io allora provvederò".
Tornai a casa frastornato da tanta disponibilità. E in imbarazzo, giustamente, perchè mi rendevo conto che non era esattamente normale sentirsi rispondere in simili termini. Un "Non trova Smorfie? Si arrangi" sarebbe stato forse brusco, ma chiunque altro avrebbe agito piuttosto in quel modo.

L'imbarazzo mi legò le mani, e quella lettera di richiesta non ne voleva sapere di uscire fuori. Alla fine, più per non sembrare maleducato a non farmi più sentire, la scrissi, parodiando in qualche modo il "sanguinetese" dei Giornalini che erano da due anni mia lettura quasi quotidiana. La parodia (o l'imitazione) serviva solo a travestire l'imbarazzo, ma dovette divertirlo.
Lui mi aveva promesso delle fotocopie. Una settimana dopo (non un mese, una settimana!) l'invio della lettera - per posta normale, niente e-mail allora - trovai nella mia buchetta un plico proveniente da Genova. C'era dentro il libro, altro che fotocopie!, con una bellissima dedica. E la soluzione dell'arcano. Smorfie non lo trovavo perché era un volume d'arte, con i disegni di Tommaso Cascella, tirato in pochi esemplari. Io non ne avevo la benché minima idea.

Alcuni anni dopo, nel 2000, Riccione organizzò una grande mostra di Enrico Baj al Palazzo del Turismo, e Sanguineti rilesse per l'occasione il suo Alfabeto Apocalittico al pubblico nella piazza antistante. Ero andato alla mostra con un mio amico, e durante il vernissage ci fu un momento - niente affatto breve, in realtà - in cui quei due giganti della cultura e dell'arte novecentesca si intrattennero a parlare con noi, due ragazzi qualsiasi, mentre assessori imprenditori critici d'arte e dame varie s'aggiravano come squali a cerchi concentrici tutto intorno. Baj e Sanguineti erano della stessa razza: ricordo che Baj il giorno dopo lavorò una mattina intera con dei bambini delle elementari in un parco di Rimini, e insegnò loro a giocare con il dripping. Io me ne andavo, poi, tra i lavori magnifici fatti da quei piccoli Pollock, incredulo, e pensavo a un ottantenne così allegro, così capace di giocare e di far giocare, così serio nel gioco.

Sono felice di aver salutato Edoardo Sanguineti, qualche giorno fa, a Bologna, in una serata in suo onore all'Archiginnasio. Era profondamente, visibilmente, commosso - lui che di solito rifuggiva sempre dai sentimentalismi, non per indole ma per ideologia - di tutto l'affetto e l'attenzione che lo hanno circondato sempre.
E sono felice che proprio oggi sul Corriere ci sia un suo articolo sull'Homo ludens. Non poteva scegliere un argomento più suo, per uscire di scena.

Ha scritto mille volte sulla morte, e della morte. Ma ha sempre danzato dentro la vita. La morte, in realtà, non gli interessava, a lui interessava l'uomo, e l'amore, e la storia, e il mondo com'è, o come dovremmo cercare di costruirlo.
Per questo la sua storia non finisce, come non finivano mai le sue poesie. Per questo lo voglio salutare con il suo marchio, i due punti

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venerdì 30 aprile 2010

Donarsi fino alla fine

Una bellissima pagina di Cristina Campo che accoglie il visitatore sulla home page di Libri Necessari (www.librinecessari.it), e che oggi mi parla in maniera particolare:


"Souffrir pour quelque chose c’est lui avoir accordé une attention extrême".
(Così Omero soffre per i Troiani, contempla la morte di Ettore; così il maestro di spada giapponese non distingue tra la sua morte e quella dell’avversario).
E avere accordato a qualcosa un’attenzione estrema è avere accettato di soffrirla fino alla fine, e non soltanto di soffrirla ma di soffrire per essa, di porsi come uno schermo tra essa e tutto quanto può minacciarla, in noi e al di fuori di noi.
È avere assunto sopra se stessi il peso di quelle oscure, incessanti minacce, che sono la condizione stessa della gioia.
Qui l’attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli esseri, l’opposizione al male.
Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione.
Chiedere a un uomo di non distrarsi mai, di sottrarre senza riposo all’equivoco dell’immaginazione, alla pigrizia dell’abitudine,all’ipnosi del costume, la sua facoltà di attenzione, è chiedergli di attuare la sua massima forma.
È chiedergli qualcosa di molto prossimo alla santità in un tempo che sembra perseguire soltanto, con cieca furia e agghiacciante successo, il divorzio totale della mente umana dalla propria facoltà di attenzione.

(Cristina Campo, ne Gli Imperdonabili)

Quando arrivi allo stremo, delle forze e delle speranze, e la logica ti ha abbandonato da tempo, così come la dignità, e l'amor proprio, e tutto ciò che sembra dar senso alle giornate, l'ultima cosa di cui avresti bisogno è un passo come questo.
Che invece è illuminante perché così contrario al senso comune dell'egoistico proteggersi, dell'occhialuto risparmiarsi, dell'animalesco sopravvivere.
Bisogna donarsi fino alla fine, perché ne vale la pena, niente altro vale la pena. Donarsi soffrendo, certo, in questa forma estrema di concentrazione. Quando la difensiva nebbia dell'esistere banale si sgombra, e vedi con tanta accecante chiarezza cosa davvero conta, nella vita, non puoi più distoglierne lo sguardo. In un mondo di talpe, comprendi l'aquila, che fissa il sole senza batter ciglio.
E io questo ho fatto, questo faccio, questo continuerò a fare.
Non ho bisogno di salvezza. Mi salva la stessa cosa che mi perderà, se mi perderà. Ma niente va perduto, in tanta sofferenza, in tanta gioia.

sabato 10 aprile 2010

Un lenzuolo messo a stendere

Leggevo in questi giorni che sono attesi due milioni di visitatori a Torino per la sindone. La cifra è da capogiro, ma lo è di più se contestualizzata. Se rapportata a ciò che avviene in questi giorni, con tutto il marcio che finalmente sta venendo fuori intorno alla chiesa e al suo degno "pastore"! E anche con tutto quello di cui non si parla affatto, come lo scandalo del collegio di Verona.
L'Italia è sempre la solita, deprimente, vigliacca, francamente regressiva: più i suoi patetici "simboli" vengono messi in discussione, più si vi compatta attorno, ginocchioni. Sindrome dello struzzo stupido. Invece che nello sforzo di migliorarsi, insegue sempre le sue certezze nel suo peggio, lo abbraccia, lo esalta, ci si rotola, ci si insterca tutta.
Non solo per questo, ma anche per questo, tanti più scandali e porcherie nascono intorno al Berlusca, tanto più lui vince.
Per questo, sospetto, il consenso dell'italietta fascista al suo buffone balconato fu tanto forte in tempi di embargo internazionale: evviva l'autarchia, gridavano entusiasti, correndo a donare fedi e ori. Abbiamo dato il potere a un cialtrone criminale? E tutto il mondo ce ne chiede ragione? Ebbene, dagli al resto del mondo, acclama lo scimmione.
Per questo, anche se non solo per questo, tanti processi per mafia ad Andreotti, carichi di prove schiaccianti e conclusi - come si sa o si dovrebbe sapere - con la conferma delle accuse, non ne scalfirono anzi ne rafforzarono l'aura.

martedì 30 marzo 2010

Assistere al proprio sfacelo

Ho pensato spesso all'ultima terrificante frase del Processo di Kafka: "e fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere" (così, nelle parole di Primo Levi).
Ma per fortuna no, non ti sopravvive niente. Niente, neanche la vergogna.

Levinàs allinea, sullo stesso piano, la vergogna, la nausea e il bisogno corporale (è Agamben a ricordarlo, in Quel che resta di Auschwitz). Perchè in tutti e tre i casi "facciamo esperienza della nostra rivoltante e, tuttavia, insopprimibile, presenza a noi stessi". Siamo nudi, e non vorremmo esserlo. Vorremmo fuggire, essere altrove, essere altro, anzi siamo altro, non riusciamo a capacitarci che quella parola sciocca, quella frase infelice, quella cicatrice repellente, quella deformità, quel rumore bruto, quella impertinenza assoluta, sia venuta a visitarci, e ci rappresenti così integralmente, spietatamente, irrevocabilmente. Prigionieri di una cella orrenda che sgomenta come fosse mai vista e insieme perché è consustanziale a noi.
E, ancora - sono sempre parole di Agamben - è "come se la nostra coscienza franasse e sfuggisse da ogni parte e, nello stesso tempo, fosse convocata da un decreto irrecusabile ad assistere senza scampo al proprio sfacelo, al non esser mio di ciò che mi è assolutamente proprio. Nella vergogna il soggetto non ha, cioè, altro contenuto che la propria desoggettivazione, diventa testimone del proprio dissesto, del proprio perdersi come soggetto".

C'è anche un'altra esperienza, nella vita, almeno nella vita mia, che possiede i medesimi connotati. Come nausea, vergogna, bisogno corporale impellente, ingovernabile. Si chiama dipendenza.
Assistere senza scampo al proprio sfacelo, al non esser mio di ciò che mi è assolutamente proprio .

venerdì 5 marzo 2010

C'è più Petrolio sparso nel Lambro...

Prima di leggere me, consiglio a tutti di leggere questo.

Ecco, bentornati. Adesso possiamo parlarne.
Io ho detto molte volte che Leonardo è un genio ma, sapete, un genio a forza d'esser genio può cominciare pure a stare sulle scatole, permettetemi l'eufemismo. Mozart, esempio facile, o Wagner, erano senza dubbio dei geniacci, ma stronzetti anzichenò. E antipaticucci. La lista sarebbe lunghissima.
Ecco, chi soffre della sindrome di Salieri ha bisogno di anni di disintossicazione e di rieducazione, o semplicemente di avere un po' di pazienza. Pazienza sulla riva del fiume, aspettando non il cadavere di un nemico, ma il più classico dei ribaltoni da clessidra: l'amore che si capofitta in odio.
Perché un genio già di suo, già nel suo esser geniaccio infame, che l'azzecca sempre, che vede sempre più chiaro degli altri, che dice sempre meglio - e più finemente - degli altri, le cose, qualunque stramaledetto argomento tocchi, dall'Isola dei Famosi al Muro di Israele, un po' (un bel po') ti demolisce. La sua costanza, pure, ti demolisce. Per quanto tu possa avere attese alte, lui ne è sempre al di sopra. E questo ti DEVE demolire, è chiaro. Non c'è via d'uscita, l'ammirazione prima o poi si ha da convertire in nerissima invidia, in atra bile rovente, in pregiudiziale partito preso contro, in questa-volta-proprio-non-sono-d'accordo, in ma-che-delusione-e-io-che-ci credevo-in-te oppure anche in questa-
non-me-la-dovevi-fare/dire. Tortuosi sono i percorsi dell'animo umano.

Ma, dannazione, Leo - e allorché scatta l'apostrofe diretta, il pathos sale di tono, se possibile - quando un genio è pure così (passami la parola) maledettamente divertente, è finita per chi vorrebbe districarsi dalla rete dorata dell'ammirazione. Il tuo pezzo sul presunto capitolo inedito di Petrolio in possesso di Marcello Dell'Utri, perfettamente (perfidamente) sincronizzato con il coro - ma tutto fuori dal coro - rispetto alla voce del gruppo del "Primo Amore" e dei pasoliniani di tutto il mondo uniti, sarebbe stato fantastico anche senza l'ultima riga. Stavi già vincendo dieci a zero, non c'era bisogno del gol da fuori area in rovesciata senza guardare. E invece no. Arriva pure il gol-capolavoro: "Massimo rispetto allo scrittore che ha buttato giù un capitolo finto di Petrolio, non vedo l'ora di leggerlo; spero che oltre Dell'Utri prenda in giro anche Pasolini, che la prima lettera di ogni paragrafo componga la scritta F O R Z A C A L V I N O, cose del genere".
E' una battuta, ma favolosa. Cantava un tempo Guccini "per la battuta mi farei spellare". Bene, io per la battuta in genere forse no, ma per una battuta così, sì, eccome. Anni di letteratura critica, di Pasolini contro Calvino, epitomati in una riga. Che fa pure ridere...

Fin qui, ha parlato l'entusiasta che è in me. Ora mi ricompongo, e cerco di argomentare.

Si dice spesso, con un facile Flaiano, che la situazione è grave ma non seria. Lo dice spesso Maurizio Costanzo, e la cosa mi mette i brividi. Tuttavia è vero. In questo paese la situazione (da tempo) è gravissima. L'esistenza, nonché il ruolo, di Marcello Dell'Utri, per esempio, la rendono grave. La morte di Pasolini l'ha resa (o l'ha manifestata per) molto grave. Il blabla dei giornalisti e degli pseudo intellettuali la rende più che grave. Ma non è affatto seria. E' una tragica, tragicissima farsa, una cialtronata tutta italiana, da capo a piedi. E che vi scorrano fiumi di sangue, ancora una volta, non fa che confermarne l'orrore da vaudeville dell'apocalisse, da circo sul limitar del mondo, da baracconata senza dignità.

Il "Primo Amore" ha di nuovo innalzato la bandiera della propria crociata - e io peraltro la condivido - per la riapertura del processo intorno all'uccisione di Pasolini, sotto la guida di Carla Benedetti. Hanno fatto benissimo, ma il casus belli qual è? Una bufala. Una boiata pazzesca che viene nientemeno che da Marcello Dell'Utri. E hanno elevato il proprio "All'armi!" con una seriosità degna non diremo di miglior causa, certo di miglior occasione.
Scrive Carla Benedetti: "Il senatore Dell'Utri, del Pdl, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, non dice da chi ha avuto quelle pagine, ma annuncia che verranno esposte il 12 marzo alla Mostra del Libro antico di Milano. Nel caso che la sua dichiarazione corrisponda a verità, non ci troveremo di fronte a un semplice scoop librario o filologico, ma - non dimentichiamolo - a un vero e proprio corpo di reato, quelle pagine essendo state trafugate o da ladri penetrati nella casa di Pasolini subito dopo la sua morte, oppure sottratte in altro modo da chi poteva avere accesso alle sue carte. E tante domande allora si riaprono". E ancora: "Ammesso quindi che il senatore Dell'Utri sia davvero in possesso di quelle pagine, esse non sarebbero solo un prezioso ritrovamento letterario, ma anche una miccia accesa, che potrebbe far saltare in aria un'intera struttura di potere. E soprattutto - come mi auguro - potrebbe indurre a riaprire tutto il capitolo, sia sulla morte di Pasolini, sia sulle lunghe connivenze che per tanti anni hanno blindato la verità su quell'atroce delitto, lasciando impuniti i colpevoli".
Questi sono solo due frammenti tratti da un dossier che al momento conta già sei o sette pezzi, postati sul prestigioso lit-blog "Il Primo Amore", e che sta crescendo velocemente di ora in ora, senza dubbio in modo assai meritorio. Meritorio, per esempio, perché lì si ripubblicano le pagine di un libro introvabile, scomparso anche dalle due Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze, che ispirò Pasolini e Petrolio. Un libro relativo al presidente dell'ENI Enrico Cefis, intitolato "Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente". Ma, continuo a dire, se da un lato è del tutto auspicabile che questa panzana serva a un fine civilmente importantissimo come far luce sulla tragica notte di Ostia, e magari anche su molto altro, dall'altro sempre di una panzana con ogni probabilità si tratta. Come sono giunte quelle pagine nelle mani di Dell'Utri? si grida. E' un corpo di reato, si grida. No, ahimè. Ci sono giunte, autentiche o apocrife che siano, pagando. Banalmente, biecamente, pagando. Fossero pure vere - e non credo che lo siano - non serve pensare ad altro che a uno zelante tombarolo, a un riciclatore di pezzi impresentabili, che tra un "Arbeit macht frei" da Auschwitz e una Gioconda, va in giro porta a porta (solo porte di case di lusso) per sentire "ahò signo', che interessa 'na cosetta inedita de Pasolini?"
Lo sfottò di Leonardo, nei confronti di Dell'Utri (e un po' anche nei confronti del "Primo Amore") è un promemoria salutare. Ricordiamoci sempre con che creta maleodorante stiamo pasticciando. Altro che miccia accesa per far saltare un intero sistema di potere...

Il pezzo di Leonardo secondo me è straordinario perché è l'articolo di qualcuno che ha conservato il senso dell'opposizione tra soldi e sapere. Ovvia? Non più tanto, ormai. Certo, di sòle se ne son sempre prodotte (pensate alla Donazione di Costantino!). Però un uomo come Lorenzo Valla gliela smontò, quella sòla, agli eruditi prezzolati del papa. Non abbastanza da demolire lo Stato della Chiesa, certo, ma abbastanza da coprirli di vergogna per un buon mezzo millennio. E anche solo se gli avesse rovinato la digestione, a qualche successore di Pietro, sarebbe stato ben fatto.
Ieri i ridicoli diari di Mussolini, oggi l'inedito di Petrolio, invece, non sono altro che "roba". Non c'è sapere in ballo. Contano perché costano, non costano perché contano. E si vendono a qualunque collezionista, purché abbastanza stupido e abbastanza ricco. Si vendono a un bibliofilo, che è l'esatto opposto di un amante dei libri, perché i libri valgono per quel che c'è scritto dentro, non per l'anno di edizione o le condizioni della copertina. Il bibliofilo è il più perverso tra i collezionisti: colleziona roba utile come se fosse inutile, anzi la fa diventare inutile. Un libro chiuso e intonso non è più un libro. Meglio sarebbe collezionare accendini finiti, tanto per dire.

Poi Leonardo è troppo buono, e a Dell'Utri concede persino un vicoletto di fuga, con l'ipotesi dell'inconfessato amatore del falso. Non dico che si sbagli, può pure essere - oggi va tanto di moda, nell'epoca dell'ipocrisia elevata a sistema - però secondo me è una lettura troppo nobile, il tipo non se la merita.
All'inverso - e torno sul nesso soldi/sapere - questo "caso" mi sembra abbastanza tipico di come il frastuono effimero del titolo a tutta pagina travolga ogni silenzio di riflessione, anche in coloro - intellettuali di professione - che più dovrebbero mantenere la cautela.
Intendiamoci: bene avranno fatto quelli del "Primo Amore" ad approfittare della cagnara mediatica per riparlare di Pasolini, del caso Mattei, di Cefis, di economia e criminalità, se questo è stato il loro pensiero. Ma quando tutta la notizia dell'inedito di Dell'Utri si sgonfierà, non ne patirà in qualche modo il contraccolpo anche la loro giusta iniziativa? Non si deve riparlare di Pasolini, Mattei, Cefis, in virtù del "ritrovamento" di Lampi sull'ENI. Bisogna riparlarne e basta. Se poi scopriremo che il testo è autentico, ma solo allora, parleremo anche di quello.

lunedì 18 gennaio 2010

Avatar, ovvero l'inaggirabilità del Marine (attenzione: spoiler)

Spinto da una bella riflessione del mio amico Matteo Nahum, provo a dire la mia sul film "del momento".
Non sapevo bene cosa aspettarmi, al di là della confezione (che pure mi ha deluso, perché quasi tutte le creature sono banalissimi travestimenti: cavalli con sei zampe, ma che sembrano cavalli; cani con sei zampe, ma canini assai; pterodattili alquanto pterodattilosi; leoni-pantere un po' dinosauro, ma poco, e così via; mi è parsa tutta una estetica molto figlia del Mercenario di Vicente Segrelles. George Lucas con la trilogia di Star Wars era anni luce più avanti, già alla fine degli anni Settanta), però l'ho guardato lo stesso, in fondo James Cameron è sempre stato un grande costruttore di spettacoli, e questo non è affatto un demerito. Se lo spettacolo è puro entertainment, benissimo, se invece vuol veicolare un messaggio, occorre fare attenzione alla natura reale di quel messaggio. Le buone intenzioni non bastano mica, sappiamo tutti cosa è lastricato di buone intenzioni...
Menziono sempre Spielberg, a tal proposito, che con Saving Private Ryan dichiarò di aver voluto realizzare un grande film contro la guerra, e che invece girò un film nel quale rimaneva soltanto, dispiegato al massimo, lo spettacolo pirotecnico della guerra come non s'era mai vista. Realistico come i dinosauri di Jurassic Park, ma un un bel po' più ambiguo.

La cosa che mi ha turbato fin dall'inizio, in Avatar, è la presenza, centralissima, di cui sembra la cultura americana non riesca davvero a fare a meno, del corpo dei marines. Corpo inteso come Arma e come Fisico. Protagonista e antagonista, infatti (non fatevi ingannare dalla dottoressa, lei non c'entra nulla, e non insegna nulla né al Buono né al Cattivo) sono due Marine, l'uno ipermuscolare e quasi infrangibile, l'altro senza più le gambe, ma come per miracolo bravissimo a imparare in fretta a muovere l'arma biologica che gli hanno dato in mano, l'avatar azzurro alto tre metri. E' un travestimento, un costume da infiltrato, un metodo per approcciare l'Altro? Sì, forse, ma è soprattutto un'arma che salta, corre, rotola, colpisce, si connette neurologicamente... Lo si vede benissimo la prima volta che il protagonista vi entra dentro. Pur senza addestramento, capisce subito come usarla, molto meglio dei suoi predecessori (che infatti erano "filosofi", antropologi, etologi, linguisti, non dei combattenti) e mi è sembrata molto in malafede l'insistenza sui piedi e sul ritrovato gusto per la deambulazione. In realtà l'Avatar si manifesta subito come un'arma che gli umani del laboratorio da soli non sono in grado di fermare.

Cambia tutto, insomma, nella fantascienza, ma i marines sono sempre gli stessi. Durissimi, atletici, equipaggiatissimi, stolidi, eppur sempre loro, immutabili, con le magliette mimetiche arrotolate sui bicipiti come a Guadalcanal, come in Vietnam, come in Iraq. Qualcuno dirà - lo stesso Matteo lo dice, e ha ragione - che qui finalmente i Marines sono i cattivi, il braccio armato degli umani tutti, la punta di diamante di altri cattivi in doppiopetto come le multinazionali ecc. ecc. Qualcun altro dirà che già in Alien 2 (letteralmente saccheggiato in Avatar) Cameron aveva dileggiato i marines, tronfi super-armati e spazzati via in quattro e quattr'otto dalle Creature di Giger. Ma le cose non stanno soltanto così.
Prima di tutto osservo un fatto macroscopico, e cioè che, alla fine, per battere un Marine cattivo, ci vuole un Marine buono, seppur "rinnegato"; i nativi da soli non ce l'avrebbero mai fatta. E questo già la dice lunga, al mio naso, in termini di implicita superiorità razziale. Non solo. Il Marine doma senza sforzo anche Toruk Makto, come solo a un eroe leggendario (mitico?) dei Na'vi era stato possibile.
Secondariamente, è verissimo che il ripetuto infierire delle superiori tecnologie umane contro la natura e i corpi dei nativi ha un effetto straziante, mai vi si aderisce o ci si immedesima, e richiama alla mente mille simili strazi, dallo schiavismo dei neri allo sterminio degli indios, fino all'Agente Orange del Vietnam e al Fosforo Bianco di Falluja, ma, appunto, cosa mai può significare l'happy ending? Matteo, ancora una volta giustamente, sottolinea quanto sia significativo il briefing in cui si dice che ci vuole un "attacco preventivo" per "combattere il Terrore con il Terrore". Quello sarebbe davvero il punto più prossimo a una aperta dichiarazione d'intenti antioccidentale, eppure cosa succede, nel film? Succede che la "natura" si ribella, e si allea con i Na'vi. E sapete cos'è questa? Non è semplicemente un happy ending obbligato. E' una mistificazione gravissima. Perché la Natura non prende mai posizione, e ha ragione la ragazza Na'vi quando lo ricorda al Protagonista (venendo poi smentita dal colpo di scena finale). Non ne faccio una questione di inverosimiglianza, sebbene vedere le tigri giganti e i Triceratopi-monstre che fanno polpette dei Robot e delle Astronavi mi sia sembrata una pacchianata, come se vedessi un leone sconfiggere a morsi un Panzer. No, la Natura contro la tecnologia non l'ha mai vinta in campo aperto, nel duello diciamo, e se schiaccia gli uomini lo fa in maniera indiscriminata, con un terremoto o uno tsunami o una valanga, non distingue tra chi la rispetta e chi la oltraggia. L'happy ending è una mistificazione perché vanifica tutto il presunto messaggio del film.
Se Cameron avesse davvero voluto farci star male mostrandoci le nostre colpe, lo sterminio doveva essere assoluto, fino alla fine. Na'vi massacrati fino all'ultimo, e il loro mondo ridotto a desolata miniera. Perché è così che va, così è sempre andata, in Africa, in Sud-America, in India, in Cina, ovunque i colonialisti hanno messo le mani. Se avessimo visto quello scempio senza pietà e senza redenzione, come ve ne sono stati per secoli e vi sono tuttora, forse saremmo usciti dal cinema sentendoci davvero in colpa, invece la Messa di cui parla Matteo è pericolosissima perché appunto comprende la catarsi, cioè l'assoluzione. Non produce consapevolezza, non produce presa di coscienza.

mercoledì 19 agosto 2009

Agostino

L'Hotel Flamingo, a Santa Margherita di Pula, anche nella dependance meno costosa dove ci hanno sistemato, che si chiama Hotel Pineta Mare, all'arrivo mi è parso un posto straordinario. Disteso sulla spiaggia, disseminato dentro la macchia mediterranea in tanti piccoli bungalow, percorso da sentierini di sasso e dalle stesse labirintiche siepi di mirto odoroso che dividono la calma piatta della piscina dall'entusiasmo delle onde là fuori.
Quando ci hanno lasciato qui, sotto il portichetto dell'entrata e gli accompagnatori si sono preoccupati di registrarci mentre noi stavamo a guardare intorno in tutte le direzioni e con ogni ampiezza d'angolo di rotazione che un collo umano può permettere, senza davvero chiacchierare d'altro che di stupore e di bellezza perché era tutto un fioccare di oh e di ma dai e di che meraviglia e simili, io un po' me lo sentivo, che sarebbe andata a finire così. Era solo questione di tempo, era da tanto che lo sapevo. Mica mi illudevo.
Diana mi ha portato in camera e mi ha disfatto la valigia, mi ha aiutato ad andare in bagno perché dopo tante ore, l'aereo prima il pullman poi - non gliel'ho detto ma lei lo sa - cominciavo a non farcela più. Glielo leggevo negli occhi che anche lei era contenta, questo posto è perfino più bello di come ce lo avevano magnificato. Quando Diana è contenta ha una luce negli occhi che mi fa sentire leggero. Mi fa sentire come se potessi alzarmi da solo.
La sala da pranzo dell'hotel è un altro tuffo al cuore: altissima, con un soffitto retto da colonne di legno come alberi e coperto da qualcosa che sembra paglia o stuoie, somiglia a una immensa capanna tropicale, a un sogno esotico, tutta aperta sul mare là davanti, sui suoi sorrisi innumerevoli.
Mi ero preso dietro, come al solito, parecchi libri da leggere, perché stare a lungo all'aperto, anche sotto una tenda o un portico, mi stanca e mi innervosisce, la struttura della sedia si scalda, allora preferisco rimanere a letto. Leggere non sempre basta a farmi respirare meglio, ma a volte sì, a volte il senso d'angoscia si allevia un poco. Quasi solo un bel libro ce la fa, a tirarmi via. Poi, certo, Diana mi porta fuori a fare dei giri, nella pineta o intorno alla piscina, mai in spiaggia, lì c'è la sabbia e si affonda, però dico quasi subito rientriamo, cerco di lasciarla libera. Vorrei che fosse una vacanza anche per lei, lontano dalla reclusione di casa. Dopotutto, con lo schienale alzato del letto riesco a vedere fuori dalla finestra, c'è un quadro luminoso di siepi di pineta e di spiaggia, di lontane creste di spuma. E un angolo azzurro della piscina, l'acqua immota, come una lastra.
Ieri mattina - il terzo giorno da che eravamo arrivati - all'hotel c'era d'improvviso tanta gente nuova. Parecchi giovani, tutti vestiti bene, dev'essere una associazione di qualche tipo. Dice Diana che sono convegnisti, arrivati da ogni parte d'Italia.
A pranzo e poi a cena alcuni di loro erano seduti, in gruppetti di tre o quattro, vicino a noi. Divertente gettar l'orecchio alle conversazioni, i tavoli sembravano tutti divisi per regione o per città. Ne ho riconosciuti di sicuro uno romano, uno napoletano e uno milanese, ma secondo me da qualche parte ci saranno pure i bolognesi. Fortuna che non li ho tra i piedi, non volevo venire fino in Sardegna per la prima e ultima volta in vita mia, e sentirmi appiccicato ancora delle loro esse e delle loro ci pastose. I napoletani, guasconi gaudenti e sfacciati come sempre, hanno rivolto la parola a Diana. Ci credo, è bellissima, è bella come una visione, ci si perde a guardarla. A me no, neanche come ti chiami, forse per il consueto imbarazzo dei normali, che non sanno mai cosa dire, quasi fosse colpa loro. In realtà, è stato a pranzo che le hanno rivolto la parola, a cena l'hanno direttamente invitata al loro tavolo. Lei stava per dire di no, ma io le ho fatto segno di andare, e non ha esitato ad accettare. Avevo quasi finito, tanto. Delle fette sottili di prosciutto riesco a mangiarle anche da solo. E se pure le lascio nel piatto, poco male.
Oggi a pranzo, di nuovo. Vedo che le stanno simpatici, la sento ridere con loro, non mi capita spesso di sentirla ridere, a casa, quel suono così argentino. Ha cominciato a gorgogliarmi la solita paura nello stomaco. Che stupido, come se ne avessi diritto.
Dopo pranzo le ho chiesto di riportarmi in camera e di andarsene a fare il bagno. Lei che può... Questo mare, dicono, è irresistibile, ha sempre un po' di onde alte da saltarci dentro, è freddo frizzante che ti senti tutto informicolito quando ne esci, tutto sveglio e vivo dalla testa fin nella punta dei piedi, diventa profondo subito e puoi farti delle belle nuotate, però è così limpido che vedi il fondale anche a dieci metri, ed è pieno di pesci che ti vengono tutto intorno senza paura... Tutto tutto tutto... chissà com'è sentirsi tutto, chissà com'è non sentirsi solo una parte...

Mi sono messo a leggere Agostino. Non l'ho mica fatto apposta, sapevo sì a grandi linee la trama, ma solo a grandi linee.

Dopo cena, Diana si è allontanata per telefonare, poi di ritorno mi ha detto "ti dispiace se vado a fare una passeggiata da sola?". Da sola. Ero stato a letto tutto il pomeriggio. Lei mi ha raccontato, a tavola, di aver fatto mille bagni, di essersi divertita da matti, e per questo era stanca morta; ha pure aggiunto che sarebbe venuta a dormire presto, subito dopo di me, subito dopo avermi preparato per la notte. Invece no, ora non era più stanca. Da sola. Certo che no, certo che non mi dispiace. Perchè dovrebbe. C'è una luna magnifica, un venticello fresco, sono appena le dieci. Certo che non mi dispiace. Da sola.

Fuori ci stava uno ad aspettarla. Ovviamente. Ma che stupido, io che temevo quei napoletani. Invece era uno dei ragazzi dell'albergo, uno degli inservienti della piscina. Alto, abbronzato, atletico, un sorriso che faceva luce nella notte. Lei non si è girata a guardare, forse non ha pensato che dalla finestra potevo vedere. O forse ha tutto il diritto di uscire con un ragazzo come lei, e non le salta neanche in testa di nascondersi. Si sono dati un bacio e si sono presi per mano, una silhouette unica armoniosa stagliata contro il mare inargentato. Andavano in spiaggia. Ci provo sempre, ogni giorno ogni minuto della mia vita, a essere cinico, a vedere il male anche dove sembra tutto perfetto, a guardare il giardino fiorito e scorger le foglie mòrse, le piante avvizzite, gli steli calpestati. Di solito lo so fare. Ma a volte è difficile. Proprio difficile.

Ho terminato - è brevissimo - Agostino, intanto che lei era fuori con lui. L'ultima pagina finisce così:

"Tu mi tratti sempre come un bambino" disse a un tratto Agostino, non sapeva neppure lui perché.
La madre rise e gli accarezzò una guancia "Ebbene, d'ora in poi ti tratterò come un uomo... va bene così? e ora dormi, è molto tardi". Ella si chinò e lo baciò. Spento il lume, Agostino la sentì coricarsi nel letto.
Come un uomo, non poté fare a meno di pensare prima di addormentarsi. Ma non era un uomo: e molto tempo infelice sarebbe passato prima che lo fosse.


Bello, pensavo rimettendolo sul comodino. Molto tempo infelice. Ma su, Agostino, prima o poi lo sarai, un uomo.
Anche a me manca molto tempo infelice. Però solo per essere libero.

mercoledì 24 giugno 2009

Su "La spina dentro l'anima" di Davide Monda (Cesena, Il Ponte Vecchio, 2008)

Se un retore e moralista moderno, Pasolini, volle intitolare una sua raccolta di versi Poesia in forma di rosa, ebbene Davide Monda di quel complesso ente tanto omaggiato dai poeti, e tanto spesso fatto oggetto di riflessioni, di quell’elegante concerto di petali cui similmente si schiera la «milizia santa» dei beati in Paradiso XXXI, di quel fiore che perdendo il profumo sarebbe rimasto, nelle parole di Giulietta Capuleti, pur sempre se stesso, o che finì per reduplicarsi in tautologia e nonsense nel celebre a rose is a rose is a rose di Gertrude Stein, della rosa appunto, conserva, a nominare questo suo «severo canzoniere», solo la più severa delle manifestazioni, la spina. Ma la spina, a ben vedere, non è solo attributo puntuto e rovescio aspro, punitivo, della morbidezza della rosa, la quale blandisce a un tempo il tatto l’olfatto e la vista: è forse anche, e magari principalmente, il segno di un tormento che risale alla Seconda Lettera ai Corinzi di San Paolo 12,6, alla spina nella carne che doveva spegnere e prevenire la tentazione della superbia. Perfette, entrambe, la spina e la rosa, unite o disgiunte che siano, per trasfigurarsi in simbolo, per levitare in allegoria, per sfuggire in infinitudini analogiche. Aculeo, pungiglione, foglia rattrappita dal freddo o armata contro l’arsura, figlia di roveto o di sterpo, nobile e miserabile insieme, la spina rappresenta a un tempo il dolore e la sicurezza, la punizione e l’usbergo, il male inflitto e quello subìto, funge da memento che l’esistenza, in ogni sua forma, è conflitto, sopraffazione, pericolo, inquietudine. Rammemora, anche, che ogni essere vivente, adattandosi ai rigori del clima o alle insidie dei predatori, indica così facendo una dimensione altra, dove il conflitto sia pacificato. La spina è, forse, la condizione di base dell’imperfetto esistere: nostalgia, desiderio, tensione verso uno stato differente, dove della spina medesima ci si possa liberare.
Dinanzi a tali minime considerazioni iniziali, mosse a libro ancora chiuso dal suo nudo titolo, La spina dentro l’anima, non possiamo esimerci dall’osservare che non di sola spina vive questo frontespizio, e che la presenza, ivi, di una parola quasi bandita dal lessico moderno della lirica come «anima», bandita a un tempo perché sospetta di commerci con la dimensione mistica e con quella sentimentale, moltiplica invece le indicazioni di lettura verso le questioni sopra sfiorate.
Il lettore di poesia, posto che tale categoria esista ancora, e soprattutto il lettore paziente, dovrebbe porsi nei confronti di questo volume con un’attitudine insieme statica e peregrinante: lo percorrerà, più che soggiornarvi, in virtù del fatto che nessun testo dei sessantasei qui presenti si offre come approdo, nessuno conclude, nessuno, forse, è passibile di antologizzazione, giacché La spina dentro l’anima è già il frutto di una rigorosa cernita, e l’insieme conta molto più delle singole parti. Lo percorrerà, dicevamo, come un Peripato, insieme alle figure degli amici, attuali o perduti, che Davide Monda evoca e con i quali colloquia, e se avrà la pazienza di assecondarne il passo riflessivo, la scansione continuamente variata tra interrogazioni e asseverazioni, tra ricordi e prospettive, il senso compiuto dell’opera verrà a soggiornare in lui quasi insensibilmente. Nelle sei sezioni in cui si articola, che trascorrono da «Miserie, compassioni e mutamenti nell’ansietà dell’humana condicio» fino al «Tacito dialogo non interrotto con la gran Luce che orienta ogni passo», passando per «Crimini e decadenze nel presente», «Passioni che sostengono la vita», «Abissi e labirinti dell’amore» e «Presenze delicate d’amicizia», pare di vedere un percorso ascensionale eppure, se questa fosse una scala di Giacobbe, possiederebbe la curiosa umiltà di salire senza mai staccare i piedi da terra. Non è un’opera, il presente canzoniere, che si affidi a espedienti volgari, non millanta conversioni né illuminazioni, né intende produrle, bensì ricorre, sempre, all’antica serietà del dialogo, pretende ascolto mentre lo offre, non è un fluido saturo di parole solipsiste ed egocentriche, bensì una trama ariosa, dove possono espandersi i pensieri del lettore-interlocutore, comprese le sue obiezioni o divergenze.
Nell’antico sistema dei generi letterari, un libro come La spina dentro l’anima sarebbe forse di altrettanto ardua collocazione quanto lo è oggi – e lo si dice per sottolineare come l’inattualità della raccolta non sia un tratto contingente, relativo agli sviluppi moderni della lirica e del mercato, bensì una forma della sua identità – ma probabilmente verrebbe rubricato tra le satire: della satira classica possiede la vocazione analitica e riflessiva, la condanna spesso inflessibile tanto dei mali del contemporaneo quanto di quelli in interiore homine, lo studio delle pieghe dell’animo in una dimensione non indulgente né compiaciuta (appannaggio, queste ultime, più spesso dell’elegia). Tuttavia, la satira è sovente opera del melanconico, il suo ringhio atrabiliare verso l’esistente rivela più che celare una infelicità di fondo, la deformazione, l’osceno e il grottesco sono le sue risorse predilette. Invece La spina dentro l’anima critica il nostro tempo, non lo denigra. Osserva, non serra gli occhi. Nel rapporto educativo rinviene uno dei sensi profondi della vita, e questo ottimismo pedagogico è l’esatto contrario dello sguardo nichilista. Parla una lingua di nitore classico e di clarté settecentesca, pariniana nello spirito e non nel lessico, cambiando registro solo talvolta, scossa da folate romantiche o simboliste che non potremmo immaginare senza Hugo, Baudelaire o Rimbaud («ma io sono così, morso da un male / che lacera le musiche del sogno», Rabbia fredda e malata; «Dove abitano i petali del mondo? / Dov’è l’alta memoria che vi spetta, / colonne profumate d’assoluto?», Sopra una suite francese del buon Bach; «L’affetto chiama e incide nelle viscere / del cuore memoriali tormentosi, / serre violate da venti autunnali, / flutti che uccidono con un sospiro», Paesaggi incandescenti). Obbedisce con una adesione impeccabile e discreta alle regole della versificazione, senza manierismi di facciata, sì che i metri tradizionali vanno verificati, tanto sono poco appariscenti.
In tanta unità figura un solo intruso, evidentissimo anche perché è un anglismo: è la parola smog, che si legge in Lamenti per Bologna violentata. Lo smog costituisce una frattura, una ferita, nel corpo testuale. È l’unico stigma del moderno qui ammesso. Ma, come la spina da cui siamo partiti, non è difficile intenderlo in chiave di sovrasenso. Lo smog come dato naturale, paesaggistico, come allarme urbano sempre più grave, è un male che ci circonda e ci pervade, un pericolo che si respira, e non è mai tanto fuori di noi più di quanto non sia già dentro.
Per fortuna anche la poesia, talvolta, ci inquina.

sabato 13 giugno 2009

Un anno dopo, e qualche giorno

Quasi nessuno legge il mio blog, naturalmente. Perché io non lo scrivo, in primo luogo, o perché lo scrivo troppo, quando arriva l'alta marea, o per molti altri ermetici motivi legati alla fruizione della rete.
Ma questo non è un gran cruccio. Oggi, tredici giugno, vorrei unirmi ad alcuni amici distanti per ricordare Carlo Berselli. Un uomo che non ho avuto la fortuna di conoscere, se non attraverso la scintillante creatività, a un tempo leggera e ficcante, del suo blog, assolutamente unico per quanto mi è dato di sapere, che per l'appunto si chiamava Maria Strofa ed è tuttora visualizzabile sulla rete, senza un granello di polvere, all'indirizzo http://mariastrofa.splinder.com/ malgrado abbia cessato le pubblicazione nel modo più doloroso, il 9 giugno di un anno fa.
Maria Strofa mi parve subito la dimostrazione di quanto la bibliofilia, che nell'immaginario comune possiede sempre qualche tratto di cupo feticismo, di arcigna autoreclusione, di avara capitalizzazione, qualcosa di saturnino, di solitario, di melanconico, potesse invece manifestarsi in forme luminose e ironiche, e di quanto il gioco, se è gioco inventivo, non semplice consumo di playstation, sappia condurre gli uomini, non soltanto i bambini, in luoghi sereni, di reinvenzione e comprensione del mondo. Non avrei mai pensato che fosse possibile far discettare i pupazzetti playmobil intorno ai titoli di Schopenhauer.
Maria Strofa era (è) un blog di poche parole, di molte immagini, di tanti arguti incontri tra gli uni e gli altri. Un teatro povero ma ricchissimo di cui sono protagonisti assoluti le copertine dei libri, la loro grandezza e spesso anche la loro miseria, così come quella degli uomini che li hanno scritti, e questi burattini plastici che somigliano talvolta, nella loro immobile frontalità, nella loro rigidezza, nelle loro poche o nulle espressioni, nel cinismo o nell'ingenuità dei loro commenti, ai migliori momenti di South Park.

venerdì 10 aprile 2009

Il drago

Io sono davvero un uomo malato. E sono davvero un uomo malvagio.
Credo l'ho capita la prima volta la natura del male che mi abita, che mi tormenta, solo qualche giorno or sono, a una brutta mostra di pittura che ho incespicato in rincasando.
Un vico fetido, una spalancata bocca di garage o sottoscala, ma triste come bocca senza denti, e dentro una seggiola di legno e un vecchio tanghero a oziare tra i mali prodotti del suo mal tempo e di quelle manacce contorte dall’artrite come tronchi d’ulivo. Io quando visto l’apertura e la stanza luminata a schiaffi da una lampadina impiccata solo al suo filo io digrignato i denti e stretto i pugni ficcandomi le unghie nei palmi lo faccio sempre quando qualcosa non mi piace. Buco sempre i guanti li lacero devo sempre ricomprarli. Se la gente mi vede farlo si spaura dicono sono aggressivo. Come se li facessi qualcosa, ma mica faccio niente, solo lacero stoffa. E digrigno. Ho i denti forti, mica come quei vecchi dalle bocche mencie, tutti gengive rosse e bolle di saliva. Ma divago, e invece devo no. Devo tener stretta la presa, morder più forte l’argomento, unghiarlo meglio.
Croste i quadri, croste con tinte dozzinali sulle croste, che però non erano tutto. C’erano delle cose, disegnate, sopra. Come sempre, purtroppo, quando gli uomini sciupano il bello del nonfatto con l’immondizia dei loro ghirigori sghembi. Ma queste invece interessavano.
Allora ho entrato. Lui mi sta guardato non molto di sospetto né troppo di curioso. Pittore, pensa sono bravo.
Dentro puzza di vernice acquaragia segatura vino cattivo. Mi ho sempre chiesto perché pittori non sporchino di loro merda tele e poi spalmino. Meno tempo perso con i colori, meno puzza, e poi meglio il monocromo. Io quando le volte che soffro molto e perdo tutto da dentro con tanto sangue nero poi spalmavo tutto in giro per la camera, mi calmava. Non sentivo più l’altro odore.
Ma divago, e invece devo no. Pingeva draghi, lui. Pingeva sempre e solo tutti draghi, in tante pose e forme diverse. Ma solo draghi. Code, zanne, artigli. Denti, unghie. E fuoco.
“Perché pingi draghi?” volevo chiedere. Ma paura di parlare. Sempre avuta. Paura del fuoco.
Lui vede, forse capisce, gli occhi lucidi e grassi di un pesce che agonizza sul fondo della barca, ultimo guizzo. Si alza dalla sedia con un bastone che ha lì a fianco, dice qualcosa che non capisco o non sento, passa lontano che più può e fila verso i gradini dell’entrata, in un momento è in strada, vecchio atletico.
Ne prendo qualcuno, li strappo dalle catenelle che pendono dal muro lebbroso come in una sala di tortura, butto in terra i cavalletti ringhiando senza volere. Qualche tela la squarcio senza volere con le unghie. Sono troppo forti le unghie per questa tela così fina sembra carta si sbrindella senza volere.
Tornato a casa, mi ho messo a guardarli per tante tante ore. E capito, finalmente. Capito il male lungo la schiena, quel male che al mattino sembra avere mille pezzi di vetro piantati nelle ossa. Sono le punte, che premono per uscire. Capito i guanti sempre rotti, i denti così forti. Capito la paura di dire. Capita la voglia di rovesciare le cose, quando non mi piacciono, con un gesto che mi monta spontaneo, è come una scossa, un imbizzarrimento. È un colpo di coda, che cerco. Ma la coda ancora non ha cresciuto. Solo il male, giù in fondo al corpo. Brucia come fuoco, grida come fuoco, e così anche nella pancia, anche se sto di giorni senza mandar giù niente. È fuoco, allora. Tutto dentro, tutto male.
Lo so, nascere è dolore, e io sto nascendo da me stesso, e mi spingo fuori con le lacrime agli occhi ma guadagno pochi millimetri al giorno.
Ma almeno ora ho i quadri. Almeno ora so dove sto andando. E quelle due grandi cose nere, come due alveari gonfi, pulsanti di violenza, dall’odore atroce, che ho sulle scapole, finalmente non mi fanno più paura. Ci sono le ali, dentro.

venerdì 3 aprile 2009

Francesco Ferranti - Barnices


I nuovi lavori che Francesco Ferranti ha realizzato e raccolto per questa sua prima personale recano il segno di una importante discontinuità con il passato. Singolare, non sottovalutabile, il fatto che un artista così dotato, così convintamente - se non orgogliosamente - catafratto nella propria poetica, decida finalmente di presentarsi in autonomia, senza più al fianco nessuno dei consolidati compagni d’avventure come Francesco Pasculli o Alessando La Motta, con quadri che marcano non una conferma del percorso seguito fino a oggi, anzi che affermano una sorta di nuovo inizio.
Ferranti con questo Barnices ­– parola spagnola che significa vernici ­– opera, a volerla dire tutta e subito, la propria prima simbolica discesa in città.
Città che rappresenta il luogo e l’immagine del moderno, la dimensione del contemporaneo, ora come all’alba del XX secolo, quando la metropoli costituiva la maggiore
novità socio-culturale, ma anche la fonte dei più intensi choc percettivi, per gli abitanti dell’arretrata Italia di campagna.

Chi si metta di fronte alle opere qui raccolte, non faticherà a scorgervi i profili, estremamente appiattiti, privati di tridimensionalità, ridotti a puro segno, di una foresta di palazzi convertiti in mere griglie, ossia in quella immagine base della modernità che è il reticolo di carta millimetrata, quella a cui Mies van der Rohe si ispirava per i suoi insuperati grattacieli, come il Seagram Building o le torri dei Lake Shore Drive Apartments.

Un celebre architetto postmoderno, Rem Koolhaas, nel suo libro Delirious New York ha scritto: «Manhattan è il prodotto di una teoria non formulata, il manhattanismo, il cui programma è vivere in un mondo completamente fabbricato dall’uomo, vivere dentro la fantasia… l’intera città è diventata una fabbrica di esperienze artificiali, dove il reale e il naturale hanno cessato di esistere». Oggi, che il manhattanismo globalizzato fa sorgere torri di acciaio e cristallo in ogni luogo del mondo, cancellando i diversi stili costruttivi, annullando con l’aria condizionata le specificità climatiche, omogeneizzando i luoghi e i modi del vivere secondo esigenze razionali di spazio e tempo, nessun artista può ritenersi estraneo a tale fenomeno.
La discontinuità di cui si diceva è per l’appunto in questo faccia a faccia di Ferranti con una dimensione, quella urbana, che non gli era mai appartenuta: questo pittore, terricolo e terragno quant’altri mai, questo pittore di materiali crettosi, di spessori e incisioni fittamente lavorate, questo pittore di grumi e accumulazioni cromatiche che, sempre, rimandavano a una idea di naturalità originaria, questo pittore istintivo disceso dai magni lombi di un Morlotti o di un Mattioli, ha azzerato il paesaggio, la sua musa perenne, e ha quasi eliminato la materia e il colore.

Come trasformazione è affascinante, non priva di qualche tratto traumatico, quasi che la predominante tonalità del grigio rimandasse a un mondo tutto ferroso e cementizio. Ma, se trauma c’è, non è rimosso: si tratta di una scelta di poetica molto consapevole, rintracciabile in ogni aspetto di questi lavori, dichiarata fin dal titolo. Ferranti, da pittore classico, da ultimo cantore del territorio, si fa qui radicale modernista: usa non più colori bensì vernici, che è parola eminentemente industriale; cosparge le tele di gesso; disegna con la biro e con matite, altri oggetti estranei alla tradizionale panoplia dell’atelier; ritaglia pezzetti di metallo arrugginito con scritte o lettere e li incolla a suggerire insegne o civici, come in una forma di collage lontano mille miglia dai primi esperimenti, ancora in qualche modo raffinati, dei cubisti e futuristi che disponevano sulla tela pagine di giornali letterari, di «Lacerba» e della «Voce». Inoltre, lavora per variazioni sul tema, cioè rifugge dal mito, ormai tramontato, dell’originalità dell’opera d’arte, e costruisce una serie di dipinti – i quindici pezzi qui raccolti – assemblando e riassemblando pochi elementi base, come in una privatissima catena di montaggio.

Spazio Espositivo Angelo Montanari
Villa Verucchio, via Casale 276
4 aprile – 9 maggio 2009
ore 9-12 / 16-19

venerdì 27 marzo 2009

Message In A Box

Recuperare un materiale accatastato dal suo luogo di accumulo e trasferirlo, con breve viaggio, in un altrove nel quale ripristinare, potenziata, la sua funzione: contenere. Questo pensiero ha alimentato la fantastica installazione di Marco Croatti e Massimiliano Canarecci IN A BOX per le danzatrici di Movimento Centrale guidate da Claudio Gasparotto. Il materiale è il cartone, la sua ur-forma o iper-forma è proprio la scatola.
IN A BOX, smontato e rimontato, reinventato ogni volt
a, ha avuto diverse realizzazioni, in luoghi e per occasioni assai diverse. Questa che riporto è la nota che scrissi per accompagnare il programma di sala al tempo del suo primissimo prender forma.
Ringrazio Marco e Massimiliano che ancora una volta mi vollero con loro, mi attrassero dentro la loro scatola di meraviglie.

Forse un paio di millenni prima di Gutenberg, e certo molti secoli prima della battaglia di Samarcanda (751 d.C.), che avrebbe regalato all’Occidente barbaro e arretrato l’insperato dono di un prezioso oro bianco con cui pensionare la pergamena, in Cina già esistevano i caratteri mobili della stampa, e la carta.
La carta, e l’arte dei segni, sono stati a lungo un possesso esclusivo del Regno del Centro, nel suo solenne e sdegnoso isolamento. Ancora nel XX secolo un fine intellettuale come Roland Barthes poteva parlare di «Impero dei Segni» per quell'altra isola inaccessibile, quel Giappone arcaico e futuribile che i suoi occhi di semiologo europeo vedevano con tutta la distanza e la meraviglia di una inconciliabile, radicale alterità
Ma i segni non sono solo scrittura, e la carta non è solo un supporto di parole.

Segni sono le movenze della danza, la pittura gestuale ed effimera che un corpo traccia nell’aria, segni sono le ferite che il tempo, e l’ambiente, infliggono alla roccia scavata dall’acqua, all’albero squassato dal fulmine, all’uomo reso dolente dalla malattia. E la carta è un contenitore di segni e parole tanto quanto lo è di oggetti, di materia, negli scatoloni che contengono questo spazio scenico, nei cartoni da trasporto che sono piccoli mondi passibili di infinite concentrazioni, ammassi, impilamenti, o successivi inscatolamenti, così che non v’è forse mai un esterno che sia del tutto esterno, e non v’è esterno che a sua volta non circoscriva altro, non si spalanchi su altro.Segni sono le cuciture che fanno su di una veste un ricamo, o su un corpo ferito, chirurgizzato, lasciano traccia di un rapporto tra dentro e fuori; e non v’è poi bisogno di un bisturi per entrare nel corpo altrui, se continuamente i medicinali, come pillole o gocce, raggi o creme, iniezioni o manipolazioni, rimodellano soma e psiche, alla ricerca affannosa di salute o salvezza, di benessere o di pace dai propri demoni.

Scatole sono le case, scatole le stanze, scatole inscatolano gli alimenti o i prodotti nei supermarket, e sempre la carta del packaging strilla con colori vivaci messaggi seduttivi, prima di finire nel cestino, immolata alla necessaria fruizione dell’oggetto. Dunque la carta che contiene e trasporta è anche la carta inutile, il rifiuto, che qui si offre nella sua povertà acromatica, nelle sue lacerazioni e consunzioni, incisa e ricucita a costruire il nuovo derma/luogo artistico nel quale si agitano dinamiche di sensi accesi, dripping di movimento, e un’energia e una pulsazione che sono ritmo vitale, circolazione di messaggi, riciclaggio di merci, ardore metabolico.
Anche i segni sono ferite sul bianco della pagina intonsa, e anche il foglio di carta è contenitore di un teatro, o di un cinema, forse, di visioni ideali.

La materia di cui siamo fatti, di cui ogni cosa è fatta, canta nel corrompersi e nel rappezzarsi, e se al silenzio tutti siamo infine condotti, è danzando sonoramente che vi si inclina.

Finestre

Esiste un celebre aneddoto, e poco importa se sia autentico o fabbricato, che racconta dello smarrimento in cui si trovò, un giorno del 1895, Wassily Kandinskij, il grande maestro cui si attribuisce “l’invenzione” della pittura astratta, dinanzi a uno dei capolavori di Claude Monet della serie dei Covoni. Enormi covoni di grano, enigmatici a forma di tukul, sullo sfondo di paesaggi dorati, quasi dissolti in pennellate energiche, spesse, multicolori.
Kandinskij, vuole la leggenda, fissa il dipinto, e non riesce a capire cosa vi sia raffigurato. È affascinato dalla potenza di quella composizione, da quei colori caldi, da quella materia così densa, ma non ci vede niente. Solo dopo qualche istante riesce a mettere insieme tutti i tasselli del puzzle, e capisce. Ma ormai il click in mente gli è scattato, non si torna indietro. Kandinskij ha compreso quanto possa essere straordinaria la pittura, anche in mancanza di un referente. Autentica o fabbricata, questa è l’allegoria della nascita dell’arte moderna.
Per quasi tutto il XX secolo, artisti, critici, e pubblico si sono alternativamente schierati per l’una o per l’altra via, tra figurazione e astrazione sembravano esservi quasi solo sguardi in cagnesco.

L’opera di Francesco Pasculli, che nella mostra del titolo Finestre si fa apprezzare entro In a box, un suggestivo e sintonico allestimento creato negli spazi della Galleria dell’Immagine di Rimini da Marco Croatti e Massimiliano Cannarecci, è invece una dimostrazione di come, discendendo da quell’archetipico covone, si possa produrre una pittura che rende obsoleta la distinzione tra figurativo e astratto.
Il covone, sia chiaro, non vale solo da antenato remoto, come una scimmia antropomorfa non è per nulla simile all’homo sapiens sapiens in doppiopetto e valigetta: qui la somiglianza c’è, eccome, perché la pittura di Pasculli, ormai da molti anni, opera una continua variazione sul tema del paesaggio, per la precisione del paesaggio agreste. Niente città, insomma, e quasi niente case, niente figura umana, tutt’al più un marginale manufatto, come uno steccato.
Ma è un paesaggio che continuamente presuppone il lavoro dell’uomo, perché queste vedute collinari - che potrebbero essere romagnole o del Montefeltro, senesi come umbre, delle Langhe o del Chianti, o venete o salentine - sono scorci di natura ordinata, addomesticata alla pari di un cane, docile millenaria compagna dell’uomo. Ed è nella ricca trama cromatica dei campi arati, nella scansione tra verdi, marroni, ocra e gialli della vegetazione, nel ritmo variegato di forme che segnano i profili dei poggi, nei cieli sabbiosi o affocati o bianchi o d’azzurro compatto, che Pasculli rintraccia una profonda possibilità di astrazione.

Finestre è
un titolo astuto, che mette in evidenza una modalità di visione solo apparentemente neutrale. Questi bellissimi quadri a prima vista si fingono innocenti, come panorami colti attraverso un vetro, mentre al contrario sono capricci, cioè composizioni di elementi reali assemblati in modo irrealistico, come si faceva nel Settecento con le rovine dell’Italia bella e decaduta da vendere ai nobili viaggiatori del Nord Europa in pieno Grand Tour.
Inoltre, le opere di Pasculli si offrono quasi più a una lettura tattile che visiva, sono dipinti lavorati e materici come la terra incisa, rivoltata, fecondata dei campi lo è dalle mani del contadino, sono segmentati, potati, smontati e rimontati come siepi, come rami d’albero, come filari.
Sembra tutta natura, ed è tutta storia.

mercoledì 18 marzo 2009

Un ricordo, un editore, e una storia edificante


Quando mio zio Alberto morì, quasi subito mi sentii di avanzare una richiesta che sorprese anche me.
In quella improvvisa mancanza di scrupoli lessi il sintomo, e il simbolo, di un desiderio che affondava come ogni iceberg scoperto solo alla sommità: chiesi alla zia se potevo avere, in suo ricordo, due libri, due libri della sua biblioteca che avevo amato in modo specialissimo, fin da quando ero bambino.
Lui teneva molto alla sua biblioteca, la accudiva e se ne stimava, e per tanti anni fu, quella, la più ampia raccolta di libri, settoriale per giunta, che avessi mai visto, una intera vasta parete coperta dal soffitto al pavimento di libri di storia, soprattutto di guerra. Un luogo che aveva l'aura del sacrario, della collezione, della faticosa costruzione di un sapere portato per mano e arricchito nell'arco di tutta una vita. Era la concrezione in pagine e dorsi, lettere nere e dorate, opuscoli e tascabili, di un qualcosa che potrei definire come il riversamento di un trauma adolescenziale (mio zio era del 1930, visse l'esperienza del fronte, della Linea Gotica, dei bombardamenti e dello sfollamento fra i tredici e i quattordici anni) negli stampi delle memorie altrui, combattenti o storici o vittime che fossero. Trauma e insieme fantasmagoria, come ben sanno coloro che a un conflitto scamparono a quell'età, quando tutto, perfino l'orrore degli orrori, riesce a divenire poi, nel ricordo, emozione che ruba il fiato.
La zia non solo accettò subito, ma disse che la cosa le faceva molto piacere, e mi invitò ad andarli a prendere il primo fine settimana che fossi tornato a Rimini. Era certa, e lo sono io del pari, che lui - ben consapevole della mia passione per quei due volumi - me li avrebbe donati volentieri, se avesse potuto.
Avevo scoperto quei libri non saprei dire a che età, ma so con certezza quando e perché: era tradizione, e lo rimase per tanto tempo, che le nostre due famiglie si riunissero nei giorni di Natale e Santo Stefano. Un anno a casa nostra, un anno a casa loro, e quando si stava da loro, io dovevo per forza andare in cerca, in quei lunghi pomeriggi in cui uscire era fuori discussione, e i grandi sonnecchiavano sui divani o giocavano a carte o guardavano la televisione, di qualcosa con cui giocare, per fronteggiare la noia. Esattamente come a casa mia, i miei giochi preferiti, inesauribili, erano i libri. E la biblioteca di mio zio, almeno fin dove io riuscivo ad arrivare, mi offriva un mucchio di giocattoli sconosciuti.
Allora ero piuttosto piccolo, amavo i libri illustrati, passione che mi porto dietro ancora oggi. Il mio imprinting venne da una edizione a fumetti dell'Iliade, che più invecchio più mi sembra contenere in epitome e in emblema la mia intera storia.
Da lui trovai due libri illustrati quasi altrettanto importanti, per il mio immaginario. Il primo si intitolava Waterloo. Il secondo Afrika Korps. Erano entrambi volumi ponderosi, con rilegatura rigida e sovraccoperta, l'uno sui toni del bordeaux e del carminio, come il cimiero di un Dragone, l'altro color sabbia del deserto. Uno conteneva meravigliosi dipinti a olio delle cariche dei cavalleggeri napoleonici e inglesi sul campo di battaglia, ma anche cartine dettagliate con gli spostamenti delle truppe, l'altro alternava foto d'epoca a vividi schizzi a china con immagini di autoblindo, Stukas, lanciatori di granate, cannoni antiaerei, tende da campo. Sarebbe piaciuta a Sebald, questa costellazione. Vertigini e Austerlitz, in fondo, muovono da lì.
Leggevo poco le parole, allora, ma sfogliavo e risfogliavo questi libri, ogni immagine me la studiavo nei dettagli per ore. Al sopraggiungere del Natale, la mia occupazione pomeridiana, anche quando fui grande ed ebbi licenza di uscire, era tornare a far visita a Waterloo e Afrika Korps, quasi fossero due persone anziane che vivevano lì e lì solo, e dalle quali io m'incantavo a farmi raccontare sempre le stesse storie.
Erano infine trascorsi molti anni da che non li avevo più avuti in mano, molti anni pieni di lutti malattie e invecchiamenti, molti Natali separati, e quando la zia mi invitò ad andare nello studio a prendere i libri ("Tanto lo sai meglio tu di tutti, dove sono", disse) per portarli via l'ultima volta, mi sentii come se m'avessero spalancato davanti, d'un tratto, le porte di un luogo cruciale della mia infanzia. Un luogo rimasto uguale in tutto e per tutto a come lo ricordavo, salvo che mio zio non c'era più, lì. E quel luogo che era stato tutto, mattoncino cartaceo per mattoncino cartaceo, costruito da lui, e suoi erano i disegni incorniciati, sue le fotografie, suoi i soprammobili, suo il gusto, era intatto, come se davvero il mondo fisico non si spostasse di un millimetro, quando noi veniamo meno.
Lui non c'era più, io non c'ero più, almeno l'io bambino che là dentro andava a sognare per evadere da pomeriggi troppo lunghi con la luce bassa sul tavolo e le nonne a riposare. Per un attimo mi sono sentito come un intruso, un saccheggiatore, qualcuno che si attacca morbosamente agli oggetti. Quei due libri simboleggiavano la passione di mio zio, che per contagio era presto stata anche la mia, ma ora quasi non li volevo toccare, mi sembrava giusto che rimanessero là, nella memoria, splendenti come la sua vitalità di marinaio che sapeva declamare Alcyone, come la mia ingenuità di bambino, come libri di meraviglie che da adulti non si possono sfogliare più, perché ritornano fatti di carta e parole.

E invece no, naturalmente. Li ho presi, li ho portati a casa, li ho attraversati con cautela, piano, come se potessero sentire dolore. Ma ecco, la sorpresa.
Del tutto imprevista. Agra, sulle prime.
E' vero che i libri fantastici da adulti non li puoi sfogliare più. Sono un'altra cosa, ora.
Perché ora leggo, e comprendo. E vedo scritto, su entrambi, un nome che conosco, che mi respinge, mi repelle.
Questi prodotti editoriali di gran pregio recano in fondo alla copertina la scritta Ciarrapico Editore.
Negli anni '70, Ciarrapico Editore pubblicava libri in difesa delle Waffen SS, degli uomini di Salò, della X Mas, perfino di Julius Evola. Volumi eleganti, con splendide illustrazioni, con una carta lucida e impaginazioni curate, opere che fan bella mostra di sé in una libreria, che possono incantare tanto un adulto quanto un ragazzo. Libri a combattere e decostruire i quali un uomo come Furio Jesi dedicava tutte le sue forze intellettuali. Chi fosse Giuseppe Ciarrapico allora non lo potevo certo sapere, e nemmeno l'avrei capito. Che al mondo esistessero persone malvage sì, anche a un bambino lo si può spiegare, ma che esistano uomini come Ciarrapico no, ci vuole molta più esperienza della vita e del suo squallore, per farsene un'idea.
Ma da questa apparente delusione ho estratto una morale edificante.
Ed è la stessa della prima novella del Decameron, quella di Ser Ciappelletto. Ser Ciappelletto è il più laido, disonesto, infame, vile, falso, avido e arrivista che mai sia vissuto. Sul letto di morte chiama il confessore, e confessa, con l'ultimo e il più sfacciato dei suoi inganni, soltanto virtù inarrivabili mentre finge di macerarsi nel rimorso di colpe microscopiche. Il confessore gli crede, lo assolve, sparge ai quattro venti la voce della sua santità. La folla accorre in pellegrinaggio, ne adora il luogo del trapasso, ne fa materia di racconto, leggenda, e spinta alla conversione. Ser Ciappelletto, genio del male, finisce per diventare, contro ogni previsione, autentico strumento del bene. Per caso, ma che importa?
I libri di Ciarrapico Editore erano revisionisti, forgiati con le peggiori intenzioni, confezionati con la stessa malizia delle confessioni bugiarde di Ser Ciappelletto. Volumi ingannevoli nati per essere suadenti, epici, mirabolanti, commoventi, volumi che mettevano in scena lo spettacolo sontuoso della guerra, mai il suo fetore. Libri di sinfonica menzogna, mai di scordata verità. Io da bambino li ho amati, eppure l'infame bugia del valore guerriero, dell'amor di patria, della nobiltà del sacrificio, della Nazione e della Bandiera, i fetidi feticci della Gioventù, della Virilità e del Sangue, non hanno minimamente attecchito su di me, anzi.
Ho continuato, come mio zio, ad interessarmi della guerra, a studiare le guerre, a cercare di capirle e immaginarle, ma non sarò mai vittima del loro fascino malato.
Boccaccio non lo dice, forse nemmeno lo pensa, però un lettore cristiano del Decameron dovrebbe confidare che Ser Ciappelletto, premiato dalla credula fiducia degli uomini, non per questo sfuggirà a una esemplare punizione oltremondana per le sue colpe.
Parimenti, se esiste una giustizia storica, anche solo in forma di prospettiva, Ciarrapico - condannato per aver violato quattro volte la legge che tutela il lavoro dei minori, condannato per la vicenda della Casina Valadrier, condannato per lo scandalo Safim-Italsanità, condannato per finanziamento illecito ai partiti, condannato per il crack del Banco Ambrosiano, oggi membro del Senato di questa Repubblica - riceverà il giudizio che merita, e io me lo auguro, ma di sicuro i fiori del male che egli ha contribuito a spandere, disinfettati un tempo dalla mia innocenza, ora dalla mia distanza, rimangono solo fiori, senza più alcun tossico.

E, come fiori, li depongo qui in memoria di mio zio.

sabato 13 dicembre 2008

L'amico riminese di Ezra Pound

Scrissi questo articolo nel marzo del 2000 per il supplemento culturale "La Domenica Specialmente" che curavo per un quotidiano di Rimini, le banalità didascaliche dipendono dalla sua originaria destinazione. Lo scrissi perché Federico Marchetti, un amico fraterno di mio zio, mi aveva tante volte raccontato di quel singolare personaggio che era stato suo padre, il capitano Averardo Marchetti, e a quel punto della vita mi sentivo ormai maturo, di anni, di letture, di vissuto, per riflettere a mia volta su quella storia.
Federico, mio zio, e un terzo loro amico, il dottor Abo Cardelli, furono del tutto involontariamente artefici di quello che sono oggi. Non lo seppero mai, non se n'avvidero mentre la mia metamorfosi avveniva, e forse nemmeno l'avrebbero voluta, ma la pasta molle eppur dinamica di un bambino reagisce agli stimoli potenti in modi sempre imprevedibili.
Federico era un appassionato studioso della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano, competente in maniera stupefacente come sanno esserlo a volte i dilettanti: conosceva a memoria ogni quota, ogni reggimento, ogni graduato, ogni evento bellico anche minimo, aveva compulsato una biblioteca immensa di reduci, memorialisti, storici, esperti mili
tari e così via. La sua onnisciente passione, che significava anche fervido omaggio alla memoria del padre, pluridecorato di guerra, aveva contagiato mio zio e Abo Cardelli, perché loro pure appartenevano alla generazione dei figli degli uomini comandati da Cadorna, dal generale Capello e da quel cialtrone assassino del Duca d'Aosta, la cui Medaglia d'Oro al Valor Militare, eternata nel marmo di Redipuglia, grida vendetta non meno della decorazione a Bava-Beccaris, e solo come segno d'infamia dovrebbe restar lì fino alla fine dei tempi.
Quasi ogni anno questi tre amici, in varia misura nostalgici, dedicavano un viaggio alle alture isontine, o all'altopiano di Asiago, alla Carnia, alle zone sotto il Monte Nero o sotto il Pasubio, ai luoghi insomma dove si era combattuta la Grande Guerra.
Un viaggio che mescolava nel mazzo carte diverse a nome turismo enogastronomico, rimpatriata amicale, osservazione storica, fantasticheria commossa, pietas verso i defunti... E una volta, avrò avuto quindici anni pressappoco, mi portarono con sé, forse perché anch'io stavo abbracciando - con la smodata voracità dell'adolescente ignaro del mondo - la stessa passione, che per me però era solo erudita, archeologica, libresca. O forse mi vollero con sé perché capivano quanto, per un bambino timido e troppo chiuso in casa, un viaggio con tre simpatici gaudenti, lupi di mare e di terra sulla sessantina, potesse essere un bel percorso di iniziazione. Ma l'incontro sconvolgente con l'ossario di Oslavia mi avrebbe cambiato per tutta la vita. E questo loro non lo sospettavano.
Il pezzo che scrissi su suo padre, tanti anni dopo, non piacque a Federico, il quale si era fidato di me, mi aveva aperto la sua casa e il suo p
olveroso sottoscala di memorie, mi aveva mostrato foto e cimeli straordinari. Non piacque neanche a mio zio, lo so bene. Ma non potevo scriverlo in nessun altro modo.
Qualche mese fa, quasi insieme, mio zio e Federico se ne sono andati, l'uno dopo un lunghissimo calvario ospedaliero, l'altro improvvisamente, senza avvisaglie esteriori. Abo era morto poco tempo prima.
A loro tre, Alberto Bambi, Federico Marchetti, Abo Cardelli, al ricordo di quel viaggio che mi fece diventare uomo, e antimilitarista, e antifascista, a questa eredità per me così preziosa, dedico questo post.

Raccontare una storia, quando è la vera storia di un uomo, della sua famiglia, del suo lavoro e del suo tempo, di suoi amici e dei suoi ideali, non è affatto una impresa lineare, ma somiglia piuttosto alla riapertura di un vecchio baule, nel quale il cercatore di turno inaspettamente si trova di fronte mille scatole, una dentro l'altra.
Così questa, che è in primo luogo la storia di un uomo, comincia dalle pagine ingiallite di un registro di presenze, come se fosse, piuttosto, la storia di un luogo: il sipario si solleva all'alba del secolo scorso, nel 1905, in una Rimini irriconoscibile, all'incrocio tra via Dante e via Roma. Qui, in quell'anno, veniva inaugurato il Palace Hotel, un bell'edificio in stile liberty che per molti anni sarebbe stato uno dei più prestigiosi della città. Lo gestiva la famiglia Marchetti, pionieri tra gli albergatori della Riviera, quando l'idea stessa di turismo era ancora poco diffusa, perlomeno in Italia: la stessa famiglia avrebbe avuto in gestione, più tardi, l'hotel Villa Rosa, a Marina Centro.
Che i turisti fossero pochi e assai selezionati lo dimostra il registro: gli ospiti dell'albergo erano quasi tutti stranieri, i luoghi di provenienza sembrano una mappa della Belle-Epoque: Vienna, Parigi, Londra, Milano, San Pietroburgo... talvolta anche semplici firme raccontano delle storie. Per esempio raccontano quella di un generale russo, che ogni anno arrivava a Rimini in automobile con l'autista, la moglie, i bambini e una bambinaia. Uomo aristocratico e raffinato, lasciava i bambini al mare con l'istruttrice e ripartiva insieme alla consorte per visitare le meraviglia d'Italia, come i viaggiatori settecenteschi del Grand Tour, come Goethe e Stendhal. E ogni anno, regolarmente, spendeva più di quanto avesse a disposizione con sé, così che, tornato in patria, saldava i conti per posta. Ma nel fatale 1914 il generale dovette precipitosamente far ritorno nella Santa Madre Russia, richiamato dal deflagrare del conflitto mondiale, e sul registro una nota posteriore, aggiunta a lato della sua firma, avvisa, laconicamente, che il saldo non avverrà. Del generale non si seppe più niente, ma insieme a lui, che di lì a poco si sarebbe trovato, se pure sopravvissuto alle battaglie, di fronte al ben più imprevisto infuriare della Rivoluzione d'Ottobre, stava svanendo un mondo intero.
All'alba degli anni Venti, probabilmente nel 1921, e certo altre volte, fino al 1923, uno degli ospiti del Palace Hotel fu il grande poeta americano Ezra Pound, ormai da molto tempo europeo adottivo, in fuga anche da quell'Inghilterra dove aveva fondato il Movimento Imagista nel 1912 e il successivo Movimento Vorticista, tra i primi fenomeni dell'arte d'avanguardia del XX secolo. Pound allora si stava trasferendo a Parigi, dove avrebbe vissuto gli anni più intensi della sua esistenza, gli anni dell'amicizia con Joyce e con Eliot, gli anni in cui avrebbe fatto da maieuta all'Ulysses dell'irlandese e a The Waste Land dell'amico impiegato ai Lloyd's, soprattutto gli anni in cui avrebbe composto i Malatesta Cantos, di cui Luca Cesari ha dato nel 1998 una bella edizione per l'editore Scheiwiller.
Pound amò intensamente Rimini e il suo entroterra, ne studiò approfonditamente la storia, fu incantato dalla bellezza paesistica del Montefeltro, giunse infine a identificare Sigismondo Malatesta, in un semi-delirio a metà tra poesia e politica fraintesa, con il suo ideale di condottiero, e gradualmente a identificarlo con Mussolini.
E proprio a Rimini Pound incontrò un uomo per alcuni versi simile a lui, il capitano Averardo Marchetti, gestore del Palace Hotel nonché ex ufficiale due volte decorato nella Grande Guerra. In quel medesimo torno di anni, fra l'altro, Marchetti prese parte alla Marcia su Roma, e aderì gioiosamente al nascente fascismo, così come tanti altri ex combattenti come lui, confidando che davvero quel movimento avrebbe svecchiato la nazione come prometteva, facendo giustizia sommaria del "marcio parlamentarismo". Inutile dire che le simpatie mussoliniane li unirono.
Volontario nel '15-'18, Marchetti rimase un volontario tutta la vita, malgrado le gravi ferite che aveva ricevuto in combattimento, la prima volta sul Carso, l'altra sul Piave: seguì Mussolini a Roma, si offrì per la campagna d'Etiopia, e ancora, quasi cinquantenne, partì per la Grecia, dove trovò la morte nel 1940 per congelamento. In questo instancabile, indistruttibile vitalismo, dalla inevitabile conclusione tragica, Marchetti era forse il ritratto di un'epoca intera, quella alla quale dapprima Marinetti con con i suoi proclami futuristi e poi soprattutto Mussolini riuscirono a mettersi a capo.
E la figura del capitano Marchetti, che così calorosamente si era messo al servizio di Pound nelle sue peregrinazioni per biblioteche in cerca di documenti antichi, tanto da far aprire la Gambalunghiana di Rimini apposta per lui nelle domeniche d'estate, trapassò in molti scritti del poeta americano, anche a distanza di lunghi anni. Fu una sua frase, in special modo, a rimanergli scolpita in mente, entrando a far parte dei Cantos, il capolavoro di una vita, nel Canto XLI: "Noi ci facciamo scannar per Mussolini" (il che, poi, avvenne a un'intera nazione).
Pound rimase molto ammirato dalla tempra di quest'uomo tutto d'un pezzo, così energico e ardente nelle sue manifestazioni. Ancora molti anni dopo, nel libro Jefferson e Mussolini, scrisse una formula emblematica: "A parte l'uomo di Rimini, non mi pare di aver conosciuto fascisti".
Emblematica della tragica illusione che lo accompagnò tutta la vita, e che motivò, tra l'altro, la sua nefanda adesione alla Repubblica di Salò (pagata, dopo la guerra, con tredici anni di manicomio criminale), e cioè che la nobiltà d'animo, la generosità e il sincero desiderio di costruire un mondo migliore, fossero sinonimo di fascismo.